Lunedì ,19 Luglio 2010
 

Speciale Fortitudo Roma: al via l'azionariato popolare per vincere insieme al quartiere e per uno sport alla portata di tutti

di Paolo Corbi

L’azionariato popolare per dare ad una società dilettantistica legata al proprio quartiere l’entusiasmo di tanta gente che in quella realtà sportiva vede qualcosa di più di una semplice squadra di calcio. E’ la scelta della Fortitudo Roma, una delle società sportive con la più lunga tradizione sportiva in città, da sempre legata a Piazza Epiro e al quartiere che si snoda intorno alle antiche vestigia delle Mura latine, che nei giorni scorsi ha annunciato l’iniziativa: “Vogliamo lanciare questa novità - commenta la Presidente del club biancoblù Francesca Quaranta - per ribadire che la Fortitudo non siamo solo noi dirigenti, atleti e tecnici, ma tutto il quartiere che vive intorno a noi e che ci ha sempre dimostrato il suo sostegno. Tutti insieme vogliamo diventare un punto di riferimento per il modo in cui affronteremo il futuro, perchè le società sportive dilettantistiche oggi devono ritrovare il legame con la gente e con il territorio per svolgere quel ruolo sociale che gli compete; cercando, insieme alle famiglie e alla scuola, di far crescere i ragazzi.” Parole sante, soprattutto se rapportate ad un calcio che dovrebbe essere l’esempio dell’aggregazione per favorire la pratica sportiva della comunità, senza scopo di lucro. Una scelta “rivoluzionaria” ma in linea con la storia di una società che ha sempre vissuto insieme alla gente del territorio di cui è espressione, tanto che, quando una decina di anni fa un gruppo di giovani decise di occupare e riaprire quel campo che le istituzioni pubbliche avevano deciso di chiudere, la cittadinanza fu al fianco dell’allora Luditur, oggi tornata Fortitudo.
Gente del quartiere e soci famosi. L’idea, che balenava nella mente dei dirigenti della Fortitudo da qualche tempo, è diventata realtà con l’assemblea dello scorso 3 Luglio. Ed è subito partito il tam tam nel quartiere: tanto passaparola, al mercato di Piazza Epiro, tra i negozianti, tra i cittadini che da anni la domenica fanno un salto al campo “Gioventù Italiana”. La card di azionista ha il logo Fortitudo ed ha due opzioni: una è la blue card, costo di 50 euro, una è la gold member, costo 100 euro. Fondamentale, nella tessera di azionista il legame con il quartiere: infatti, oltre all’aspetto ideale, c’è anche una serie di vantaggi per chi ha la card nei negozi del quartiere, così da invogliare gli associati a spendere sul territorio e avvicinare i negozianti alla società aldilà di un singolo contributo sporadico ma attraverso un progetto comune.
E c’è anche qualche tifoso vip che potrebbe dare il suo esempio: a qualche centinaio di metri dal campo, a Via Vetulonia, è nato Francesco Totti, che proprio alla Fortitudo iniziò la sua carriera, seguito dal mister Trillò che il capitano giallorosso ha più volte ricordato nei suoi libri. Dopo esserbe stato un calciatore, Totti oggi potrebbe diventare un tifoso/presidente della Fortitudo.
“Non abbiamo ancora il campo in erba e spogliatoi capienti - commenta la Quaranta - ma abbiamo un cuore, svolgiamo la nostra attività senza scopo di lucro e un ragazzo che gioca nella Fortitudo è gia entrato a far parte della sua storia”. E chissà che quei miglioramenti di cui la struttura ha bisogno non possano arrivare da questa iniziativa, dalle tasche di tanta gente che vuol bene alla Fortitudo, in accordo con la Regione Lazio proprietaria dell’impianto, che potrebbe presto affidare in via definitiva al club. “Come Società - conclude la Quaranta - ci impegneremo a rendere sempre più accogliente la nostra struttura, che dagli anni ‘20 ha visto giocare generazioni di atleti e che ancora oggi dai suoi muri trasuda calcio, fatica ed attaccamento alla maglia”.

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LA STORIA
Un club da sempre nel cuore dei romani
Da Borgo Pio al campo GIL
Il club attuale si richiama
alla storia della Polisportiva fondata nel 1908 ed a quella legata all’epopea - Trillò.

La Fortitudo Calcio Roma si richiama alla tradizione della Fortitudo, una storia sportiva ultrasecolare nella capitale. Il nome del club rimanda infatti a quella Polisportiva Fortitudo fondata nel 1908 a Borgo Pio, che, con il simbolo della lupa capitolina sulle casacche sfiorò lo scudetto del 1922 e poi diede vita alla As Roma nel 1927. Nel dopoguerra, la Fortitudo tornò a vivere svolgendo attività dilettantistica e soprattutto giovanile andando a prendere posto nel rettangolo di gioco di Piazza Epiro, il campo Gioventù Italiana (ex GIL). La Fortitudo fu costretta a chiudere i battenti negli anni ‘80, quando il campo, fu chiuso per interventi strutturali e mai più riaperto per anni. Finchè nel 2000 un gruppo di ragazzi del quartiere decise il blitz notturno. Mentre la Regione Lazio non procedeva all’assegnazione del bene, quei ragazzi aprirono il campo alla gente, dando un’area sportiva alla Luditur FC 1991, che da quasi 9 anni lottava in 3a Categoria senza una sua struttura. La Luditur inanellò una serie di successi che la portarono fino alla Promozione. Attualmente la società, che dal 2007 ha optato per il nome Fortitudo Calcio Roma, milita in 1a Categoria ma ha ampliato l’attività giovanile, dai Primi Calci alla Juniores, per un totale di 250 tesserati.

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GLI ESEMPI ALL’ESTERO
A Piazza Epiro
come a Manchester?
Il sostegno popolare ed i club inglesi: i casi Wimbledon e United of Manchester. Contro il calcio moderno e per uno sport davvero accessibile a tutti.

Una squadra che sia legata al proprio territorio. Una realtà sportiva che si identifichi con una città o con parte di essa e che sia giudicata, dalla comunità che la ospita, come un fattore fondamentale dell’aggregazione sociale. Un rapporto che si fondi su un doppio binario: la squadra come patrimonio sociale della comunità e la comiunità come soggetto dirigente della squadra. E’ il segnale forte che arriva dalla Fortitudo per riscoprire il ruolo dello sport in una comunità che non è più struttura aggregante ed educativa per i suoi componenti ma sempre più un universo senza regole in cui il singolo non ha punti di riferimento.
Insomma, la società sportiva di quartiere, in un momento in cui trionfano esempi come veline e tronisti, può e deve rappresentare la militanza sociale. E non è un caso che l’idea parta dal club di Piazza Epiro, se consideriamo come questa società si sia sempre sentita parte integrante del suo quartiere, a cominciare dalla gente del mercato di Piazza Epiro.

Una sfida storica. La Fortitudo non è la prima società che intraprende questa strada, se pensiamo agli esempi dei grandi club stranieri come Real Madrid, Barcellona, Bayern Monaco, o anche alla rivoluzione partita in Gran Bretagna sia considerando la ribellione anti calcio moderno, sia quella diversa nata e sviluppatasi online. Ma la rivoluzione targata Fortitudo è quella di anticipare ogni altra realtà cittadina e lanciare un esempio che, probabilmente, potrebbe ridare linfa allo sport dilettantistico, che, sull’esempio di quello professionistico, rischia di allontanarsi dalla gente. Un errore che alcuni presidenti mecenati hanno fatto anche nei nostri campionati, a cominciare dall’Eccellenza e dalla Promozione, comprando e vendendo titoli per raggiungere più facilmente i risultati, comprando e vendendo giocatori, infischiandosene del loro rapporto con un paese o un quartiere. Basti pensare all’ultimo caso, la Cavese di Cave, che ha visto portarsi via una squadra da un presidente che ha preferito vendere tutto a Lariano.

L’esempio inglese. Uno dei tanti casi in cui una cittadinanza resta priva della propria storia sportiva, come è accaduto qualche anno, per restare in tema, al Fc Wimbledon. Il presidente, indebitatosi, preferì far costruire sullo storico stadio londinese appartamenti da vendere e spostò la squadra a 100 Km di distanza.I tifosi non gliela perdonarono e fondarono un nuovo Wimbledon, che partì dalla nostra 2a Categoria. “Alla prima partita andammo a giocare su un campo all’aperto, con i nostri 2500 tifosi seduti sulle balle di fieno” raccontava qualche mese fa a “Report” (Rai Tre) il tecnico della squadra formata dall’unione dei suoi tifosi. Spinti dall’iniziativa di Kevin Rye, che oggi ha avviato un’azienda (Supporters direct) che promuove lo sviluppo dell’azionariato popolare in tutta Europa, con il sostegno dei club di Premiership e della Uefa. Quel Wimbledon, in 7 anni ha centrato 4 promozioni ed oggi è tornato a un passo dai professionisti.Più o meno quello che sta succedendo poco più a nord, a Manchester. Dove, oltre al famoso e titolato United, nel 2005 è nato un club meno conosciuto ai più, ma molto amato da tanti tifosi di tutto il mondo, lo United of Manchester (finora 3 promozioni, 5 coppe e più di 400 reti in 4 stagioni). Giocando sulle parole, la gente di Manchester, i tifosi di vecchia data, attaccati alla storia della squadra e non succubi dei successi a tutti i costi, non hanno mai amato il modo di gestire il club dell’americano Malcom Grazer, che ha portato le furie rosse ad un indebitamento di oltre 500 milioni di sterline, finito per riversarsi sui tifosi. “Voleva far pagare i debiti ai tifosi - raccontava ad aprile uno dei supporters del nuovo club di Manchester a Report - tanto che biglietti e abbonamenti sono più che raddoppiati in 5 anni”. Ma c’è stato chi ha avuto il coraggio di dire no. Ripartendo dalla nostra Promozione. “Noi siamo contro il calcio moderno” racconta uno dei tifosi, che arriva daParigi, tifa Psg ma ammiral’esempio di Manchester. Dove è nata una cooperativa di tifosi, la cui proprietà è in mano ai tifosi stessi, circa 2000. Con il principio più classico dell’azionariato popolare: “Non importa quanti soldi metti, ognuno ha la sua quota ma un voto solo”. “Perchè - ribadisce un altro tifoso - vogliamo creare sport per la comunità, accessibile a tutti e in cui tutti diano il proprio contributo”. Ad ogni match, infatti ci sono circa 100 volontari che si occupano dell’organizzazione, così come anche i giocatori credono nel progetto: “Tra noi - racconta uno degli alfieri gialloverdi - c’è anche chi è sceso di 4 categorie per il gusto di questa fantastica sfida. I soldi sonopochi, ma avere 2000 tifosi in un campionato che in media ne fa 100 è unico”. Perchè in fondo questo gruppo ditifosi uniti da una sciarpa, una storia e un ideale comune ha capito la cosa più importante, che forse anche noi che rappresentiamo il calcio dilettantistico cominciamo a perdere di vista: “Non si tratta di vincere o perdere, ma di giocare per coinvolgere una comunità. Questa squadra ci appartiene e nessuno ce la porterà mai via...”

Il resto d’Europa. L’esempio, oltre a quello inglese, resta quello iberico-lusitano: Barcellona, Benfica, Real Madrid. Dove i soci hanno “voz y voto”, cioè voce e voto. Il socio prende parte alle assemblee, discute, elegge il presidente, ha la priorità nell’acquisto dei biglietti con sconti, così come nell’acquisto del mercandising e l’abbonamento gratuito alla rivista della società. L’azionariato popolare è una risorsa da spendere per coinvolgere i tifosi, responsabilizzandoli, combattere tutti insieme la violenza negli stadi.

La gente come azionista. In un calcio dilaniato dalle crisi economiche insomma, l’esempio di una public company, società calcistiche in cui l’azionista di riferimento è la gente. Un esempio che, per quello che ci riguarda a livello dilettantistico, sarebbe una bella ricetta contro gli industriali che ottengono appalti dai Comuni in cambio di soldi, temporanei, per il calcio, effimeri quanto la durata degli appalti stessi.

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Bravi, finalmente qualcuno che pensa lo sport come sviluppo della comunità!

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Me la spiegate che non l'ho capita?