Di Bartolomeo ad un anno dall'incidente: "La domenica corro ancora, ma con i miei figli..."
di Manuel Proietti
Quando un attimo dura un eternità; quando in un istante la tua vita diventa una variabile impazzita che non sa quale destino scegliere. In pochi sanno cosa possa voler dire; Gigi Di Bartolomeo è uno di questi. Era il 27 settembre 2009 quando si accasciava sul campo del “Comunale” di Via Varrone spaventando tutti. Tutti, tranne lui, perché incosciente. Perché, dopo un arresto cardiaco, impegnato a combattere tra la vita e la morte. Real Pomezia Divino Amore – Albalonga si è fermata al minuto 28 ma il sorriso di Gigi no. Quello pian piano è ritornato sulla sua bocca, per sorridere di nuovo al mondo e raccontargli che lui c’è ancora.
Gigi è passato un anno da quel giorno che ti ha cambiato la vita. Che emozioni hai ora ripensando a ciò che ti è accaduto?
Devo essere sincero. Non ho difficoltà nel rivivere quei momenti, probabilmente anche perché di quella partita non ricordo niente. Fondamentalmente però è come essere rinato. Mi reputo un miracolato e questo mi fa sentire bene. Basti pensare alla fine che hanno fatto molti miei illustri colleghi per un malore come il mio.
Quali sono i tuoi ultimi ricordi prima del malore?
In realtà ho solo dei flash. Per esempio il battesimo della mia nipotina del giorno prima non lo ricordo assolutamente, mentre della domenica mattina qualche immagine ce l’ho: Sbraglia che mi è passato a prendere per andare alla partita, un caffè al bar con Stefano Iannotti, poi poco o niente.
E quelli immediatamente dopo?
Dopo aver aperto gli occhi all’ospedale, ho riconosciuto subito davanti al mio letto Guido Antonucci, mio ex-medico all’Ostia Mare. L’ho salutato spontaneamente:”Ciao Gui’...Ti vedo un po’ strano che hai fatto?” e lui si è messo a piangere chiedendomi se lo riconoscevo. Soffrivo di amnesia anche istantanee comunque: avevo anche dimenticato che mia moglie fosse incinta...
Come hai vissuto e quant’è durata la riabilitazione?
Per un mese sono stato in ospedale. Nel corso delle prime due settimane ero molto debilitato e solo verso Natale ho ripreso la vita normale. O quasi.
Cioè?
Dopo molti controlli ho avuto la conferma di non poter più tornare a giocare a calcio a livello agonistico, e quindi ho limitazioni solo dal punto di vista dello sforzo fisico. A Febbraio dopo aver avuto problemi di metabolismo per via del poco movimento, ho cominciato a fare jogging a giorni alterni. Un corsetta di venti minuti per rimanere in forma.
Quindi hai imparato a gestire la situazione tranquillamente?
Si. Anche perchè durante una visita specialistica viene deciso di installarmi un defibrillatore sotto pelle per evitare ogni rischio. Ogni qual volta il cuore trova difficoltà, il macchinario entra in funzione. In Belgio e in Grecia molti giocatori a rischio già lo usano per precauzione. In Italia ancora non c’è una legge che lo autorizza purtroppo.
In quel periodo sei ancora sotto contratto con l’Albalonga. In che maniera rimani legato alla società?
Il presidente Camerini e il mister Claudio Solimina mi sono stati vicini fin da subito. Ho ricoperto il ruolo di allenatore in seconda, sembrava andare tutto bene ma poi a maggio nei miei confronti qualcosa è cambiato. Improvvisamente ho capito di non entrare più a far parte dei programmi della società senza però ricevere neanche una telefonata. La squadra era ormai fatta e io non ero mai stato interpellato.
Avevi avuto qualche avvertimento in precedenza?
Assolutamente no. Avevo parlato con Michele Punzi dicendogli che avrei fatto difficilmente di nuovo l’allenatore in seconda senza Solimina. Però da qui ad essere ignorato ce ne passa. Solo con l’Albalonga potevo ripartire nel migliore dei modi e così la situazione si è complicata.
Hai cercato di chiedere spiegazioni?
Non sono il tipo. Io penso che ognuno sia responsabile dei propri errori. So quando sto dalla parte della ragione e il sottoscritto ha sicuramente la coscienza a posto.
Progetti futuri?
Continuo a lavorare come geometra e più in là seguirò il corso per prendere il patentino da allenatore.
Quindi ora il calcio è messo momentaneamente in disparte e ti godi la famiglia...
Sì. La parte positiva del mio incidente è che ora posso stare con mia moglie e con i miei tre figli. Elisa di 6 anni, Emanuele di 4 che ama follemente il pallone, e la piccola Erika nata il 4 febbraio.
Non c’è la partita domenica, ma in cambio posso stare con loro tutto il weekend. È stupendo.














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